Sei cose da sapere sul vino per fare bella figura a Natale

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Il lettoresommelier in questi ultimi mesi ha latitato un pochino ma non poteva mancare almeno un post natalizio. Nel periodo in cui tradizionalmente si è tutti più buoni (ma sarà poi realmente così?) non vi lascia soli in un momento così difficile come le feste di fine anno, e vi regala un piccolo prontuario per affrontarle al meglio.
Visto che, specialmente in questi giorni, i decaloghi sono più che mai inflazionati, mi accontentato di propinarvi solo sei consigli.

NATALE 01

Uno. Regalatevi (o regalate) almeno una grande bottiglia.
Non siate timorosi o – peggio – taccagni. Regalatevi oppure regalate ai vostri amici una grande bottiglia (almeno una). Se è sempre l’occasione giusta per stappare qualcosa di importante, non fatevi scappare almeno le feste istituzionali. E ovviamente accompagnate il vino con una pietanza all’altezza.

Due. Occhio alle bollicine.
Nonostante vivano un momento di grande spolvero, i vini spumanti vivono il loro assoluto momento di gloria in questi giorni di festa. L’offerta è ormai smisurata, visto che ormai non c’è regione vitivinicola al mondo che non proponga almeno qualche etichetta “frizzante”. Qui il gusto – buono o cattivo – gioca la sua parte. Ma, come già detto nel primo punto, regalatevi qualcosa di speciale. E, magari, lasciate perdere l’inflazionato Prosecco e puntate sulla qualità – e versatilità – ancora senza rivali dello Champagne.

Tre. Bevete il Moscato!
Lo so, l’avevo già detto la scorsa estate (leggi qui), ma non so resistere al fascino del Moscato d’Asti. E poi è il vino perfetto, praticamente l’unico possibile, da abbinare a Panettone e Pandoro. Trovate già il 2015, fresco di bottiglia. E costa pure poco. Insomma, non potete accampare scuse per non berlo!

Quattro. Occhio alla temperatura.
I “consigliatori” di cui sopra vi diranno di bere i rossi alla famigerata temperatura ambiente. Ora, ammesso che non decidiate di trascorrere le feste in qualche località esotica (dove magari del vino ve ne fregate), nelle vostre sale da pranzo belle riscaldate la temperatura ambiente sarà intorno ai 25°, per cui anziché vino rischiate di bere del brodo! Se per i bianchi non ci sono problemi, che basta tenerli in frigo e magari una volta a tavola in un contenitore che ne mantenga la temperatura, il discorso è più complicato per i rossi. Qui le soluzioni sono varie: lasciare la bottiglia in cantina sino all’ultimo, oppure tenerla sul balcone o – per i più temerari, che non hanno paura di apparire poco convenzionali – lasciarla qualche tempo in frigo. E, per favore, servite i rossi a non più di 16°: ci penserà la temperatura ambiente a dare quel paio di gradi in più che saranno sufficienti a farveli apprezzare al meglio.

Cinque. Ascoltate i consigli giusti.
In questo periodo trovate consigli su cosa bere in ogni dove: quotidiani, riviste, radio, tv, web. È un argomento che ogni anno sgrava i redattori dal pensare troppo a come riempire pagine e spazi, e consente un ricorso abbondante del riciclo di pezzi degli anni passati. Insomma, un po’ come quelli che ai primi caldi estivi consigliano di bere molta acqua, mangiare tanta verdura ed evitare di uscire nelle ore più calde. Al di là di abbinamenti deprimentemente banali, il punto forte e imprescindibile è che si devono bere le bollicine italiane anziché lo Champagne. Evito ogni commento (è Natale ed è d’obbligo essere buoni) e vi consiglio semplicemente di rivolgervi a qualcuno di fiducia (amico esperto, oppure un enotecario) e di raccontargli cosa mangerete e soprattutto i vostri gusti. Se saprà ascoltarvi e capirvi non vi pentirete di averne seguito i suggerimenti.

Sei. Siate originali.
Ok, le feste di Natale e fine anno sono il massimo del tradizionalismo. Ma nulla vi impedisce, almeno nella scelta del vino, di essere originali. Quindi allontanatevi dai cliché e dai soliti noti e lasciate spazio alla fantasia (e alle vostre esperienza e conoscenza). Stupite con abbinamenti insoliti ed etichette poco note. Che le sorprese non sono solo quelle che porta Babbo Natale.

NATALE 03

I piaceri della carne

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È già la terza volta che vengo meno alla promessa fatta di non occuparmi di cibo (leggi qui e qui), ma l’argomento è drammaticamente d’attualità e non posso esimermi. E poi, parlare di cibo è anche l’occasione per affrontare tematiche più ampie.

La notizia è nota a tutti e ha destato scalpore: il consumo di carni rosse e di carni lavorate potrebbe provocare l’insorgere del cancro. A dirlo non è un ente qualsiasi, ma l’International Agency for Research on Cancer (IARC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) dopo uno studio condotto attraverso un gruppo di lavoro di 22 esperti di 10 diverse nazioni. Una fonte più che affidabile, quindi, che sicuramente si sarà posta più di uno scrupolo e avrà eseguito più volte tutte le verifiche del caso prima di rendere noto e diffondere il risultato delle sue ricerche.

I commenti sono stati e sono tanti, forse troppi: il lettoresommelier è stato a lungo dibattuto se aggiungere anche la sua opinione. Purtroppo, come spesso accade in queste occasioni, gli estremismi si sprecano: chi non accetta la notizia e per provocazione ingurgita chili si salsicce e salumi, chi sentenzia il canonico “io l’ho sempre detto”, chi provoca allarmismo parlando di diminuzione dei consumi già poche ore dopo la diffusione della notizia. Il tutto – volutamente o meno, decidetelo voi – senza quella calma che in queste occasioni è più che mai un’ottima consigliera.

CARNE 02Innanzitutto è bene chiarire che, secondo l’Oms, non tutta la carne sarebbe cancerogena, ma solamente quella rossa e quella lavorata, quindi insaccati, salumi, wurstel e affini. E anche questi se consumati in una certa quantità. Ma credo il punto da cui partire sia un altro, ovvero come vengono allevati gli animali che forniscono la carne che consumiamo?
Si va da un estremo all’altro: dagli allevamenti intensivi in cui la priorità è massimo risultato nel minor tempo possibile a quelli artigianali dove gli animali vengono coccolati quasi fossero dei figli. Se nel primo caso si ricorre a mangimi chimici integrati da antibiotici e integratori, nel secondo gli animali sono alimentati come, se non meglio, degli esseri umani. Le leggende si sprecano, spesso condite da un fondo di verità: basti pensare agli agnolotti con cui viene nutrito il bue di Carrù, o alla birra e al sakè con cui viene massaggiato il manzo di Kobe. (A Torino, in via Cibrario, c’è una macelleria che vende carne di mucche allevate a nocciola Piemonte IGP.)

CARNE 01Quindi in giro c’è tanta, tantissima carne schifosa: e non solo rossa. Schifosa per come sono allevati e soprattutto alimentati gli animali. Ormai la stragrande maggioranza dei mangimi industriali è a base di mais, ovviamente geneticamente modificato. Questo ha portato a snaturare la loro dieta, specialmente quella dei bovini, essenzialmente basata su erba e fibre (per trasformare le quali è pensato il loro stomaco). Per ovviare agli inevitabili danni provocati da questa alimentazione forzata, gli allevatori sono stati indotti a integrare la dieta degli animali con medicine e antibiotici (per ridurre l’insorgenza di malattie) e integratori alimentari. Tutto a beneficio di quelle industrie chimiche che – guarda caso – producono anche concimi e fitofarmaci per la coltivazione del mais.

Il problema però non coinvolge solo la carne, ma è drammaticamente più ampio. Basti pensare all’origine, spesso dubbia, delle farine con cui sono prodotti non solo il pane, ma tutti gli altri alimenti che normalmente consumiamo: dai biscotti della prima colazione ai cracker con cui smorziamo la fame di mezza mattina. Senza arrivare a tutto il cibo spazzatura che occupa gli scaffali dei supermercati. E poi ci sono gli additivi, i conservanti, gli aromi “quasi” naturali…

Ora tutti si allarmano per le possibili conseguenze del consumo di carne, e nonostante il numero e il pluralismo dei tanti mezzi di informazione, la chiarezza che si fa è davvero poca: spesso ci si limita a cavalcare il sensazionalismo o, in alcuni casi, si approfitta della notizia per avvalorare tesi che tornano a proprio favore. Sono purtroppo poche le voci che, pacatamente, cercano di fare chiarezza e di fornire informazioni corrette e facilmente fruibili.

Al di là delle proprie convinzioni personali, che possono portare a scegliere un regime alimentare che rinuncia al consumo di carne, sicuramente ognuno di noi deve diventare consapevole di cosa porta a tavola e attento al momento dell’acquisto. L’ideale – e come tale spesso non totalmente praticabile – sarebbe poter tracciare la provenienza di ogni alimento che viene consumato. Solo allora la tavola – e la carne, per chi la mangia – tornerà a essere un vero piacere.
Un piccolo suggerimento: iniziate dal leggere l’etichetta dei cibi che acquistate e se vi viene a noia perché troppo lunga, allora vi consiglio di non acquistare quel cibo!

p.s. 1: mi sbilancio e faccio una previsione, con la viva speranza di essere smentito. Purtroppo abbiamo la memoria corta, e fra poche settimane nessuno parlerà più di insaccati e carne rossa cancerogeni, visto che altre sensazionali notizie avranno preso il sopravvento, pronte anch’esse a cadere nell’oblio. Anche per questo è importante un’informazione corretta e facilmente comprensibile, che resista allo scorrere del tempo e alla perdita di memoria.

p.s .2: mentre scrivo queste righe arriva la notizia che anche il caffè sarebbe incriminato. Ebbene, quello che ho scritto sopra non cambia di una sola virgola. Consapevolezza e attenzione sono le armi migliori che abbiamo per difenderci, vivere sani e abbandonarci ai piaceri del cibo.

L’altra faccia dello chardonnay

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È forse il vitigno più conosciuto – e bevuto – del mondo. Non c’è regione del pianeta dove non sia coltivato: tanti i produttori che ne vantano almeno un’etichetta nel loro catalogo.
Declinato in stili diversi, interprete del territorio o succube della tecnica enologica, lo chardonnay è un simbolo –quasi un’icona – del bere bianco. La sua ascesa è stata così forte, specialmente nel nuovo mondo, da generare – nel 1995, per opera di Frank Prial – un movimento antagonista denominato ABC : Anything but Chardonnay.
L’uva chardonnay è quanto di più versatile si possa trovare, tanto da poter essere vinificata in molte maniere differenti : dai vini freschi e fruttati da bere giovani ai grandi bianchi da invecchiamento, sino alle eleganti versioni di Champagne blanc de blancs.
Nonostante la sua diffusione planetaria, la sua terra d’origine e soprattutto di eccellenza rimane la Borgogna, da cui arrivano superbi bianchi in grado di sfidare il tempo.

Ma ci sono altre regioni dove lo chardonnay da ottimi risultati: alcune famose e altre un po’ più nascoste, o per le dimensioni ridotte o per un loro sorta di timidezza che fa sì che solo pochi curiosi appassionati arrivino a conoscerne i vini.
Una di queste è sicuramente lo Jura, una piccola striscia di terra posizionata tra la Borgogna e la Svizzera. Lo chardonnay è la varietà più coltivata, ma ottimi risultati si ottengono anche da un’altra varietà a bacca bianca, il savagnin. Le montagne dominano il territorio, ma non hanno offerto sufficiente protezione contro le malattie della vite, che hanno rischiato di cancellare questo territorio dalla mappa delle regioni vinicole francesi.

Uno dei principali vigneron della zona, che ha creduto fortemente nel suo potenziale e ha contribuito a farla conoscere, è Stéphane Tissot, che dopo un’esperienza in Australia e 5 anni di studio in Borgogna è arrivato alla scelta di abbracciare la filosofia del minimo intervento in vigna, giungendo alla certificazione biodinamica nel 2004.
Proprio del 2004 è il vino che ho avuto la fortuna di bere qualche giorno fa: Le Bruyères, dal nome di uno dei cru più vocati della zona.

(Parentesi riservata esclusivamente ai maniaci del vino, e solo a loro, gli altri la saltino tranquillamente. Si tratta di uno chardonnay in purezza da vigne piantate tra il 1938 e il 1973 condotte in regime biodinamico. Sono 0,95 gli ettari, tutti esposti in pieno sud, e nell’annata in questione hanno prodotto 5.400 bottiglie. L’uva arriva in cantina e viene pressata in maniera soffice, per poi condurre una fermentazione spontanea e una maturazione sui lieviti in botti da 228 litri, nuove per il 20%. Prima di essere imbottigliato il vino subisce una leggera filtrazione, e i solfiti non superano i 40 mg/litro.)

TISSOTColore bellissimo, con l’oro che inizia a farsi strada con lampi luminosissimi, a dichiarare sì l’età, ma anche un notevole stato di grazia. Inizialmente il naso è spiazzante, con ricordi che quelli bravi chiamerebbero empireumatico, ma che ricordano nettamente e più prosaicamente il ragù di carne e la mortadella. Dopo questo sbandamento, però, la strada si fa dritta e precisa, con rimandi quasi dolci di fiori e frutta, un’affascinante effluvio di assenzio. Ma soprattutto con una nota minerale – lo so, molti non credono a questa storia del minerale, vi prometto che prima o poi ci scrivo su qualcosa – che porta a immaginare la roccia delle montagne che circondano la zona. Ma la vera sorpresa la si ha quando si beve il vino. Il sapore ricco, quasi sontuoso, è quasi squarciato da una rasoiata di freschezza, quasi che il vino non fosse stato imbottigliato da pochi mesi anziché da 10 anni.
Un vino che sorprende non solo per la sua ricchezza, ma soprattutto per eleganza e vivacità. E per la capacità di interpretare e raccontare un territorio, reggendo la scena come un mattatore di razza.
Abbinato a un risotto alla bottarga, ha retto alla grande la sfida, mostrando una persistenza non comune.

Libro in abbinamento.
Ci sono libri che passano in assoluto silenzio per anni, magari condannando l’autore a una vita di stenti e soprattutto di triste anonimato. Finchè qualcuno – più illuminato o più attento – non li legge e decide di regalare anche agli altri le emozioni provate. Casi ce ne sono tanti, pensate banalmente al successo di Camilleri e del suo Montalbano, che ha atteso oltre 15 anni prima di essere tirato fuori dal cassetto di qualche editore non troppo attento o lungimirante. Ma ci sono anche libri che girano in maniera quasi carbonara tra pochi appassionati, che si consumano vista e dita tra bancarelle polverose per rintracciare qualche copia sfuggita all’impietosità del macero. Un esempio? Cronaca Di San Gabriel di Julio Ramón Ribeyro. L’edizione italiana risale al 1975, e se vorrete e riuscirete a trovarla vi regalerà belle sorprese, a cominciare da un incipit fulminante.

Risate a denti stretti

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Ogni tanto è bello non prendersi troppo sul serio.
Per questo vi regalo questa immagine divertente, che dimostra che spesso la prospettiva gioca brutti scherzi.

ACQUA VINO

Il sorpasso

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Solitamente i miei post sono meditati e scritti con relativi lentezza, frutto di scritture e revisioni. Questa volta faccio un’eccezione alla regola e scrivo di getto: a volte le cose si debbono buttare fuori prima possibile, che a tenerle dentro c’è il rischio che facciano troppi danni.

È di ieri la notizia (leggi qui) dell’ennesimo sorpasso da parte dell’Italia del vino sui cugini – perché poi si chiamino cugini devo ancora capirlo – francesi. Stando a quando riporta l’articolo di Repubblica, la vendemmia 2015 in Italia ha portato a una produzione di 48,8 milioni di ettolitri, mentre quella francese si è fermata a 46,45 milioni.
Trionfali i commenti di Maurizio Martina, ministro per le Politiche Agricole, che rivendica una superiorità a tutto tondo.

SORPASSO 02

Cosa vogliono dire questi ettolitri in più? Assolutamente nulla.
Come accenna l’articolo, la vendemmia 2015 è stata ottima dal punto di vista quantitativo (e, forse, anche qualitativo: qui sarà il tempo a dirlo definitivamente). Dunque il sorpasso è dovuto ai favori del meteo che, dopo un 2014 pessimo, ha rimediato regalando un estate e un inizio autunno – periodo fondamentale per la vendemmia – splendidi.
Ma, al di là degli inequivocabili favori del meteo, credo che certi sensazionalismi vadano evitati, visto che non fanno che aumentare la disinformazione già imperante presso i consumatori.
Siamo bravi, o lo stiamo diventando, questo è certo. Anzi, alcuni produttori possono tranquillamente competere con i grandi nomi francesi. Ma da qui a fare proclami magniloquenti ce ne passa. E, cosa che mi conforta assai, anche molti produttori sono consci di questo e non vedono di buon occhio tale sensazionalismo.
Banalizzo, ma non troppo. Qual è la percentuale di vino di qualità su questi quasi 49 milioni di ettolitri? Vogliamo andare a considerare le rese per ettaro di certi smisurati vigneti che popolano la Pianura Padana, la cui uva è destinata a vini in cui la qualità è l’ultima preoccupazione di chi li produce? Vogliamo considerare le tante frodi di cui sempre più spesso si legge, con vini comuni spacciati per prodotti a Denominazione d’Origine? E mi fermo qui,

Il discorso, purtroppo, è sempre lo stesso. Non si fa nulla – o si fa poco – per informare correttamente il pubblico. Per cui bastano due numeri per fare sensazionalismo, senza il coraggio o la voglia di andare più a fondo.

E adesso aspetto la fine dell’anno, in cui ci verranno a dire che il Prosecco è meglio dello Champagne…

Siamo quello che mangiamo?

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Pochi giorni or sono mi ero ripromesso (leggi qui) di non parlare troppo spesso di cucina e alimentazione, ma ora vengo subito meno alla parola data. Lo faccio però in buona fede e sull’onda di una lettura da poco terminata che fornisce ottimi spunti per capire come ci approcciamo al cibo e alla tavola.

Il libro in questione si intitola Il dilemma dell’onnivoro (The Omnivore’s Dilemma: A Natural History of Four Meals) ed è stato scritto dallo statunitense Michael Pollan, già autore di altri saggi sul cibo e su ciò che gli ruota attorno.
Il testo analizza le abitudini alimentari statunitensi, ma è facilmente adattabile anche alle nostre, specialmente se rapportate agli ultimi anni. Pollan svolge un’indagine accurata per capire cosa finisce sulle tavole e negli stomaci dei sui connazionali, e lo fa esponendosi in prima persona, indagando e sperimentando con meticolosità assoluta.

ONNIVORO 02Tre sono le grandi vie intraprese, che sfociano in altrettanti pasti, realizzati e consumati realmente da Pollan in compagnia di familiari e amici.

La prima ci porta a conoscere il fenomeno mais: coltura ormai diffusissima – specialmente nelle pianure degli Stati Uniti – e utilizzata per un’infinità di scopi. Non solo come alimento, ma anche per produrre mangimi, dolcificanti (lo sapevate che la maggior parte delle bibite commerciali è dolcificata proprio grazie al mais?), conservanti, medicine e via discorrendo. Il mais quindi come elemento base della catena alimentare: catena che subisce inevitabili distorsioni e le cui redini sono tenute dalle industrie chimiche e farmaceutiche. Il pasto scelto dall’autore non poteva che essere acquistato in un McDonald’s e consumato in auto (anch’essa alimentata parzialmente con derivati del mais).

La seconda via è quella dell’agricoltura e dell’allevamento sostenibili. Mentre per il mais era la larga scala a dominare produzione e mercato, qui sono i piccoli produttori a prendere la scena. Pollan fa però precedere il suo racconto da un’analisi accurata – e spietata – del fenomeno “bio”, stigmatizzandone alcuni aspetti legati alla moda e soprattutto al marketing. La scena si sposta poi presso una fattoria modello, dove agricoltura e allevamento convivono in sinergia, e dove ogni aspetto della produzione è accuratamente programmato al fine di ottenere la perfetta convivenza tra animali e prodotti della terra. Qui il pasto sarà sano e ruspante, preparato dallo stesso autore con prodotti provenienti dalla fattoria.

ONNIVORO 03

Michael Pollan

La terza e ultima via rappresenta un ritorno all’ancestrale, alla vera essenza dell’onnivoro. Prima di divenire allevatore e coltivatore, l’uomo nasce cacciatore e raccoglitore. Pollan si rimette in gioco e, sfidando anche remore personali, si produce in una battura di caccia e nella ricerca di funghi al fine di realizzare l’ultimo pasto del libro, quello che lui definisce “perfetto”. Una cena realizzata solamente – anche se con qualche eccezione – con prodotti reperiti cacciando e raccogliendo vegetali e frutti spontanei.

Tirando le somme alla fine della lettura dei tre menù, si arriva ad almeno due conclusioni.
La prima è che c’è poca consapevolezza riguardo a quello che ci arriva nel piatto (e che molto spesso ci procacciamo tra le corsie del supermercato). Leggere le etichette è sempre più indispensabile, anche se spesso non si hanno i mezzi e le conoscenze necessarie per farlo a fondo.
La seconda è un’ulteriore conferma dell’abilità anglosassone nel fare divulgazione: Pollan scrive in modo semplice senza però essere mai banale; anzi, riuscendo molto spesso a essere divertente e appassionante. E, cosa fondamentale, senza mai prendersi troppo sul serio.

Vino in abbinamento.
Nel caso vi venisse in mente di rivivere gli stessi pasti consumati nel libro (in due dei quali si consuma anche vino) sarà scontato essere coerenti anche con l’abbinamento enologico. Quindi andate da McDonald’s con un bel vino in brik. Potrete tranquillamente consumarlo nel bicchierone di plastica, e se volete per una volta vi sarà anche concesso di allungarlo con del ghiaccio: la cosa sicuramente non ne rovinerà il sapore! Anche per la cena “bio” la scelta è scontata, e avrete solamente l’imbarazzo della scelta tra vini biologici o addirittura biodinamici. Più difficile, e soprattutto rischioso, l’abbinamento con la cena “fai da te”: se davvero volete essere coerenti, andate a recuperare una bottiglia del vino che fa qualche vostro parente o amico, di quelli convinti di fare il “vino genuino come una volta”. E, così come per caccia e raccolta, vi renderete conto che secoli di evoluzione (anche enologica) qualche cosa di buono l’hanno portato.

Evviva l’ignoranza!

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Alcuni mesi or sono su questo blog Irene aveva parlato di un fumetto – Drops of God – che parlava di vino e lo faceva in maniera chiara e divulgativa (leggi qui).

Dopo qualche mese mi è capitato per la mani un altro fumetto (categoria troppo poco considerata, anche da me, ma che in molti casi dovrebbe avere dignità pari al romanzo scritto) che ha il vino come protagonista. Questa volta si tratta di un’opera francese, tradotta in italiano (l’edizione è curata da Porthos, e ad alcuni di voi si sarà già accesa una lampadina in testa) con il titolo di Gli ignoranti – Vino e libri: diario di una reciproca educazione.

IGNORANTI 01
L’autore si chiama Étienne Davodeau, fumettista già noto, a cui questa opera ha dato la definitiva consacrazione. La storia è vera ed è piuttosto semplice: un autore di fumetti – Davodeau – e un produttore di vino – Richard Leroy – decidono di passare un anno assieme raccontando e soprattutto insegnando all’altro le rispettive professioni, di cui sono totalmente ignoranti (ecco spiegato il titolo dell’opera).

Per dodici mesi, quindi, Richard farà lavorare Étienne in vigna e in cantina, accompagnandolo, e con lui il lettore, nei segreti della potatura e dalla conduzione del vigneto, nonché nelle pratiche legate alla biodinamica (di cui Leroy è assertore). Ma l’educazione di Davodeau non si limiterà al solo lavoro di fatica, perché saranno tante le degustazioni e gli incontri con altri vigneron a cui sarà fatto partecipe, così che possa imparare anche a conoscere, degustare e – soprattutto – capire il vino.

IGNORANTI 03
Le parti verranno invertite quando Étienne introdurrà l’amico – perché il libro è anche la storia di un’amicizia – nei segreti del fumetto, non solo propinandogli una lunga lista di opere da leggere, ma anche facendosi accompagnare presso case editrici e a fiere del settore o ad assistere ai processi di stampa di un fumetto, processo questo in cui la cura dei particolari è meticolosa così come la cura del vigneto.
Insomma, un reciproco scambio che arricchirà entrambi e li renderà maggiormente consapevoli del mestiere dell’altro, ma anche del proprio.

IGNORANTI 07

Si tratta, a mio avviso e al di là degli indubbi meriti artistici, di un’opera che fa molto per la divulgazione del vino e soprattutto di un certo modo di pensarlo e produrlo. L’approccio ai vini “naturali” (termine che detesto, se non lo sapete leggete qui) e alla biodinamica è raccontato in maniera chiara e senza incorrere in elogi o mistificazioni, tanto che la postfazione di Sandro Sangiorgi – mica uno a caso – diventa quasi ridondante.
Un’opera che andrebbe letta da tutti coloro che del vino fanno una passione o un lavoro. Un’opera che andrebbe studiata e presa da modello da chi del vino vuole fare divulgazione.

Vino in abbinamento.
Questa volta me la cavo con poco sforzo e rischiando di essere banale. Ma niente di meglio che accompagnare la lettura con uno dei due vini prodotti da Richard Leroy, entrambi bianchi ed entrambi a base di chenin blanc. A voi la scelta tra Les Noël de Montbenault o tra Le Clos des Rouliers.

Expo, ovvero Esposizione delle Perdute Occasioni

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Lo so, arrivo tardi a parlare di Expo.
Ma che ci volete fare, sono andato a visitarlo solo pochi giorni or sono, e visto che prima di parlare di qualcosa voglio avere le idee ben chiara – un po’ come il fratello figlio unico di Rino Gaetano, che non criticava un film senza prima vederlo – vi racconto l’Expo quando è praticamente finita (anche se avete ancora un mese se non volete perdervela).

Confesso che sono andato all’Expo pieno di aspettative e credendo di trovare il meglio in fatto di innovazione e soprattutto di inventiva. Invece ho trovato il nulla, o quasi. L’argomento dell’edizione milanese – Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita – è sicuramente accattivante e di sicura presa sul pubblico, lasciando sperare in un maggiore approfondimento, che vada oltre alla semplice lezioncina di cui sopra, mi aspettavouna divulgazione e una comunicazione efficaci e piene di contenuti.

Alcuni padiglioni rasentavano la noia, con installazioni appena degne di un parco divertimenti di bassa categoria e soprattutto una povertà di idee sconcertante che sfociava in una lezioncina di geografia o – peggio – in un panegirico su quanto sono bravi in quel tale paese a sfruttare il poco che la natura ha messo loro a disposizione.
Seppure con delle (belle) eccezioni, dove più che gli effetti speciali era l’idea che stava dietro a essere vincente e innovativa, non ho trovato grossi spunti, e in alcuni momenti ha prevalso la noia (e non solo per le lunghissime file necessarie per accedere ad alcuni padiglioni).

EXPO 01

L’esempio forse più lampante è quello del padiglione dedicato al vino. Siamo in Italia, ci riempiamo tanto la bocca con le eccellenze, e sicuramente il vino è una di queste. Quale occasione migliore per mostrarla e soprattutto raccontarla al mondo mettendo a lucido tutto il meglio che abbiamo? Ebbene, il padiglione è di una banalità e una tristezza disarmanti. Tanto spazio, perlopiù vuoto, dove i contenuti sono ridotti praticamente a zero: dei boccioni con i colori del vino (che su uno sfondo nero perdono completamente di significato – ma si sa che il nero fa molto fashion –), un’animazione che, se foste andati alla Reggia di Venaria l’avrestetrovata uguale, o anche meglio, già anni fa, un elenco totalmente disorganico e confusionario delle Denominazioni d’Origine Italiane (ma senza spiegarle da nessuna parte) e così via. Roba che dopo pochissimi minuti sono scappato dalla disperazione e soprattutto per non incazzarmi.

Insomma, spiace dirlo e spiace ancora di più essere ripetitivi, ma si tratta dell’ennesima occasione perduta. E francamente a furia di segnare il passo non solo si resta fermi, ma si rischia pure di sprofondare.

Tutto in 21 lettere

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Andrea Bajani è uno bravo: scrive bene, molto bene. Grande tecnica, grande padronanza dei ritmi della narrazione. Nulla è fuori posto, tutte le parole sono essenziali, ogni digressione fondamentale per mantenere alti ritmo e aspettative.
Avevo già letto due suoi romanzi, Se consideri le colpe e Ogni promessa, e come libro delle vacanze ho scelto – quasi per caso, acquistandolo il giorno stesso della mia partenza – la sua ultima opera, una raccolta di racconti intitolata La vita non è in ordine alfabetico. (Ho un’insana passione per i racconti, quindi non mi sono lasciato sfuggire l’occasione).
COP_Bajani_Vita.inddSi tratta, però, di un’opera un po’ differente dai soliti libri di racconti. Sono 21 capitoletti, uno per ogni lettera del nostro alfabeto. Per ogni lettera una o due parole sono il pretesto per una piccola storia, che – in mai più di due pagine – condensa un’emozione, un evento, uno stato d’animo.
Ovviamente ci sono episodi più riusciti e altri meno, racconti resi più o meno coinvolgenti dal vissuto del lettore. E c’è l’abilità di Bajani, che cesella parole e punteggiatura, e non sbaglia un aggettivo neanche a farlo apposta.
Tutto bene, quindi? Sì, non fosse che il libro nasconde un’insidia.
La scrittura di Bajani fa sì che la lettura sia estremamente scorrevole, per cui ci si ritrova a divorare i racconti e le pagine, correndo il rischio di perdere le sfumature e soprattutto di non fermarsi a riflettere su ogni singolo episodio. Dopo un po’ succede che si vada in una specie di overdose, che tutto si appiattisca, che non si riesca più ad apprezzare la pagina scritta.
Si tratta del classico libro da tenere sul comodino e da cui piluccare poche – pochissime – pagine ogni sera, prima di addormentarsi oppure – per chi se lo può permettere – appena svegli.
Allora sì che lo si potrà godere a pieno e al meglio.

Vino in abbinamento.
Ci sono vini che al primo assaggio ti stupiscono. Precisi al limite della perfezione, ricchi, appaganti. Il primo sorso ti stordisce, il secondo ti incanta. Ma il terzo ti delude, perché inizi a capire che si tratta di vini costruiti apposta per épater. Vini di cui riesci a bere un solo bicchiere per poi abbandonarli e passare ad un’altra etichetta, magari non così perfetta ma sicuramente più facile e piacevole da bere (e li sì che la bottiglia la si finisce tranquillamente.)
Nomi? Non li faccio neanche sotto tortura, ma li potete trovare quasi ovunque, per esempio in qualche zona della Francia (una mi pare ricordi una sfumatura di rosso) ma anche in Italia e – in abbondanza – nel Nuovo Mondo.

Osteria Francescana o Osteria Romagnola?

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Dopo una lunga assenza, dovuta ai tanti – troppi – impegni, ritorna il lettoresommelier. E ritorna con un’eccezione, che però non diventerà assolutamente la regola.
Anzi.
Per una (sola?) volta parlerò di ristorazione, perché credo che l’argomento lo meriti e perché ogni tanto è bello uscire dal seminato.
E lo farò anche in maniera provocatoria e se vogliamo un po’ snob.

Martedì 14 luglio sono stato a pranzo all’Osteria Francescana, il ristorante di Massimo Bottura.
Ci sono stato per festeggiare la fine di un Master, per farmi – e per fare a chi mi ha aiutato e sopportato in questi mesi – un meritato regalo.
Avevo pensato di dedicare alla cosa un post riservato, poi il 28 agosto sono stato all’Osteria Romagnola che ogni anno viene “piazzata” in Piazza d’Armi a Torino e il post ha cambiato in qualche modo direzione.

Due esperienze ovviamente molto diverse, che però mi hanno fatto riflettere su come si fa ristorazione in Italia.
Ma andiamo con ordine.

Quella all’Osteria Francescana è stata senza ombra di dubbio l’esperienza gastronomica di gran lunga migliore della mia vita. Grande ambiente, grande professionalità in sala, grandissimo cibo. La semplicità elevata a forma d’arte. Il tutto per 580 Euro, decisamente ben spesi. (Per la cronaca, due menù degustazione a 190 euro, una bottiglia di Clos de la Culée de Serrant 2002 da 160 Euro, 20 Euro tra acqua e caffè e – unica nota stonata – 20 Euro di coperto).

Ovviamente non mi aspettavo lo stesso tipo di esperienza all’Osteria Romagnola: l’andarci era quasi uno scherzo, un modo simpatico per celebrare una ricorrenza.
Se tutti conoscono l’Osteria Francescana, è forse meglio spendere due parole per raccontare cos’è quella Romagnola, specialmente per i non torinesi: si tratta una grossa area con un lungo self-service dove si trova un po’ di tutto: costine, salsicce, tortellini, fritti vari, che vengono consumati i grandi tavoli sul prato e all’aperto. Una sorta di sagra di paese di quelle che in giro per l’Italia si trovano un po’ ovunque. (Festa de L’Unità senza però implicazioni politiche). Menù popolare dunque, con la brace a farla da padrone: in due, per uno stinco arrosto accompagnato da una fettina di polenta, un piatto di melanzane fritte (ma fredde), delle patatine (altrettanto fritte e altrettanto fredde accompagnate da senape e maionese che più industriali non si può, quasi quanto le suddette patatine), una fetta di torta (anche lei industriale) e una mezza minerale abbiamo lasciato giù 22 Euro e 50 centesimi. (Il vino ce lo siamo portati da casa: siamo amanti del rischio, ma sino a un certo punto…)

BOTTURA 03

Massimo Bottura

Sono consapevole del fatto che non si possa paragonare l’altissima ristorazione con una struttura concepita per sfamare chi vuole prendere un po’ di fresco nelle sere d’estate, ma l’accostamento può dare sicuramente degli spunti di riflessione.

Il primo è sicuramente sullo stato deprimente della ristorazione in Italia quando si esce dai grandissimi ristoranti. È chiaro che ogni tipo di esercizio deve essere valutato per quello che si propone di essere e per ciò che offre, ma spesso il livello della proposta gastronomica è basso, per non parlare del servizio (alla famigerata Osteria Romagnola la lentezza del ragazzo addetto ai panini e alle verdure era esasperante, ed eri combattuto tra il passare dall’altra parte del banco per dargli una mano e il prenderlo a calci!).

La seconda considerazione è sulla cultura enogastronomica degli italiani, che, nonostante l’invasione mediatica della cucina, rimane bassa a livelli drammatici. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che così tante persone si mettano tranquillamente in coda all’Osteria Romagnola (e non solo lì) per mangiare malissimo e pagare troppo.

Il terzo spunto, forse più provocatorio, è sul valore economico delle proposte.
E qui lancio la bomba. Trovo che l’Osteria Francescana di Massimo Bottura abbia un rapporto qualità/prezzo infinitamente migliore rispetto al mangificio di Piazza d’Armi.
Sono impazzito? Assolutamente no!
Sono perfettamente conscio che quasi 600 Euro per un pasto siano tanti, tantissimi soldi. E sono altrettanto conscio che non è cosa che tutti possano permettersi, anzi. Ma il valore culturale ed emotivo dell’esperienza trascende dal ridurre il tutto a “roba da mangiare”. Senza dimenticare quello che c’è dietro: una grossa squadra fatta di solidi professionisti che lavora con una precisione maniacale e quasi assoluta. Insomma, senza voler fare paragoni, è come vedere una grande opera d’arte, o un concerto, o quello che volete voi. E i soldi spesi non sono affatto rimpianti.

Invece i 22 Euro dell’Osteria Romagnola, sebbene possano sembrare pochi (alla Francescana vi danno l’acqua e due caffè), non hanno però nessun valore aggiunto: è cibo (gli economisti lo chiamerebbero commodity), utile solo per riempire lo stomaco e pretesto per passare una serata fuori e all’aria aperta, ma che alla salute e allo spirito danno poco e tolgono molto.
Se ci sono almeno tre o quattro piatti fra quelli degustati da Bottura che sono e rimarranno impressi nella mia memoria (il mio parametro per giudicare un ristorante di alto livello è questo: a distanza di tempo almeno un piatto deve rimanere impresso), sono uscito dall’Osteria Romagnola senza emozioni, almeno per quello che riguarda il cibo.

Le strade, a mio parere, rimangono due.
Continuare a privilegiare il basso costo, infischiandosene della qualità di cibo e servizio, -per non parlare delle emozioni che un pasto può regalare-. Oppure privilegiare la qualità (anche a prezzi più accessibili rispetto a quelli della Francescana) e le emozioni che un’esperienza gastronomica di altissimo livello può – e deve – regalare.

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